20.4.11

OPERE IN MOSTRA














"Dov’è la "prova" in questa parola "rivoluzione"?" testo in catalogo di Andrea Pagnes


Un getto di vetro scintilla,
S’Increspa come magma.
Giroscopi, lance acuminate
Pulsano fisiche,
Scuotono le ossa.
Tremolano come fiamme di onice,
Entrano dritte nel cervello.
Soffocata sotto una luce,
Tra spasmi silenziosi,
Oscilla, si avvita, trema, gira, rotea:
La mia vita reale si scioglie, e s’incaglia a terra.
Che significa uscire da me stesso?
Che cosa vuol dire comunicare con gli altri?
Trovare un senso, una dimensione, riconoscere, rivelare…
Che cosa significa tutto questo?
Comunicare è un atto che appartiene al corpo. Solo.
Non ha nulla a che vedere con l'informazione.
E’ oltre qualsiasi schema pre-ordinato.
Si tratta di ritmo, suono, estensione di respiro. E’ puro fatto emotivo.
A rimuovere l’emozione, si finisce col favorire l'inganno e dichiarare il falso.
Segni, parole dette o scritte, colori assorbiti e respinti dall'occhio,
Tutto riconduce al corpo.
Per il corpo non c'è altra soluzione:
Quando cede alla menzogna, confessa.
Sempre.







Rivoluzioni, 2011, video dvd









"Fuoco incrociato" testo in catalogo di Silvio Saura

Al di là delle intuitive associazioni mentali cui si arriva al soffermarsi di fronte a Cross Shoots, vi sono altre implicazioni, più emotive e storiche, relazionate al contesto in cui questo lavoro è stato forgiato. 
Tra le figure geometriche, la croce è il terzo simbolo fondamentale, attestato fin dall'antichità più remota, stabilisce relazioni con gli altri due simboli: l'intersezione delle rette coincide con il centro; si inscrive nel cerchio, lo divide in quattro segmenti; genera il quadrato e il triangolo, quando le sue estremità sono collegate tra loro da rette, forme rettangolari ed ellittiche oltre ad altre figure più complesse.



La scelta di questa forma come ideogramma - cioè che si riferisce a un concetto - e non come simbolo - che si riferisce al contenuto (“Il simbolo è più o meno il contenuto che esso esprime come simbolo” Hegel), rende possibile stabilire legami con una forma astratta e simbolica molto antica, un archetipo che prima del cristianesimo aveva già assunto un significato universale: rappresenta l’unione del cielo con la terra, della dimensione orizzontale con quella verticale, congiunge i quattro punti cardinali ed è usata per misurare e organizzare le piante degli edifici e delle città. 
Cross Shoots, in un’ottica differente, si dirige verso i punti cardinali dell’Io ed è base dei simboli d'orientamento: del soggetto in rapporto a se stesso e del soggetto in rapporto ai punti cardinali terreni e celesti, cercando un orientamento che sembra smarrito.
Morucchio si interroga su tali relazioni nel realizzare questo lavoro, per il quale sceglie una tecnica altrettanto antica e ancestrale: sciogliere sabbia e polveri ad altissime temperature per forgiare un vetro nero, denso e oscuro. L’ambivalenza della lettura di questo lavoro si sviluppa in senso trasversale: già non importa se ciò che quest’opera rappresenta stia cedendo, se si stia disfacendo sotto le pressioni dei simulacri, di quelle apparenze che non rinviano a nessuna realtà soggiacente, che non hanno relazione con qualsiasi realtà di sorta e, ciononostante, risultano vere. Sia nel caso in cui si stia ricomponendo, sia che stia sgretolandosi del tutto, non è più in grado di dare quell’unità rassicurante che, come simbolo fondamentale, deve infondere; non può più indicare la strada, il nord è falsato. Ci si domanda allora, se esista ancora un simbolo che unisce, protegge, rincuora, oppure se si stanno scomponendo e, crollando, schiacceranno tutto con il peso delle loro macerie.

Cross Shoots, 2011, vetro molato e satinato, 150x92x7 cm



"Identità Celata" testo in catalogo di Giovanni Bianchi

Due cavalieri neri, che nell’immaginario comune rimandano a forze oscure e misteriose, si fronteggiano spavaldamente. Il cavaliere nero, infatti, di carattere duro e fermo, rappresenta colui che incute terrore, una paura ancestrale legata al suo manifestarsi con il colore delle tenebre. I cavalieri medievali sono rappresentati simbolicamente solo dall’elmo a “becco di passero”, il classico elmetto all'italiana dalla costruzione estremamente complessa, che era molto aderente e proteggeva efficacemente la testa garantendo il massimo della mobilità. 
Essi hanno la visiera calata a celare la loro identità e forse, parafrasando Italo Calvino, la loro esistenza. Possono difatti ricordare il protagonista del romanzo “Il Cavaliere inesistente” che è un cavaliere modello, ma inesistente, che riesce ad essere presente in guerra contro gli infedeli, soltanto con la forza di volontà. Calvino sottolinea che la sua “voce giungeva metallica da dentro l’elmo chiuso, come se fosse, non una gola, ma l’elmo stesso a vibrare…” Così possiamo immaginarci anche la voce metallica e profonda dei cavalieri di Andrea Morucchio, traghettati dal lontano passato al nostro presente. 
Posti uno di fronte all’altro i due volti si scrutano attenti. Sono due elmi identici, che si specchiano, che si raddoppiano. Sono due forze perfettamente uguali pronte a confrontarsi. Lo scontro/incontro è dunque tra l’io e il suo doppio, e si propone come un problema di identità. Una forma di narcisismo che allude all'attrazione che una persona prova per la propria immagine e per se stessa. Un’attrazione che può sfociare in amore o in odio, e così anche tra i due cavalieri si instaura una relazione che può risolversi in  un dialogo complice o in una sfida all’ultimo sangue, per decretare la supremazia di uno sull’altro. Realizzati in vetro nero soffiato, stampato e satinato, i due elmi dalla forma semplice ed essenziale evocano dunque uno stato di tensione “sospesa” che coinvolge lo spettatore, rendendolo partecipe dell’incontro di due forze primordiali che si perpetua nel tempo.


Celata serie #02, 2009, vetro soffiato, stampato e satinato, 44x32x32 cm
"Coincidentia oppositorum" testo in catalogo di Alberto Zanchetta

Pare rivivere in quest’opera il combattimento che indusse Damosseno di Siracusa a uccidere Creugante di Durazzo. Una morte che Damosseno procurò deliberatamente, aprendo il pugno nell’ultimo, micidiale, colpo che gli valse la squalifica. Ma se allora era Creugante a scoprire il fianco, l’angolazione scelta da Morucchio (in cui viene estromessa la mano tesa che si sarebbe dovuta configgere nell’addome del giovane antagonista) sembra far assumere a Damosseno quella stessa, identica postura. 
ll pugilato, così com’era stato istituito ai giochi olimpici nel 688 a.C., non aveva limiti di tempo, i contendenti dovevano essere atterrati oppure costretti ad arrendersi; in modo analogo, la specularità di questo dittico intende riproporre il combattimento ad libitum, finanche ad infinitum, costringendo Damosseno ad assumere l’atteggiamento di attacco e al contempo di difesa, come fosse condannato a duellare con se stesso per l’eternità. 
La crudeltà dello spietato pugilatore si trasferisce però dalle Olimpiadi all’Olimpo per la scultura, vale a dire la gipsoteca canoviana di Possagno, dove il cimento del nudo corpo viene insidiato da un raptus d’ebbrezza pirica, empito a consumare la propria rivalsa nel periglioso raffronto tra passato e presente. 
“Ardore in pectore”: la fotografia di Morucchio è la riproduzione – e la duplicazione – di un negativo in cui l’eburneo torace dell’atleta viene convertito in una superficie caliginosa, tale da far risaltare le repère che crivellano il gesso (fessure nelle quali venivano infilati dei chiodini metallici che servivano agli sbozzatori per riprodurre la figura in marmo mantenendone le esatte proporzioni e i medesimi valori plastici). Sono punti nevralgici, di luce-spazio-tempo, sorta di nivei nei che trapassano l’immagine per restituirle quell’aur[e]a [dimensione] del terribile, ossia del sublime, che trovavamo nella fronte corrucciata e nella muscolatura contratta, esplicitamente rabbiosa, del Damosseno scolpito da Antonio Canova.


Damosseno, 2011, dittico stampa inkjet, 100x70 cm cad.
"Inequilibrio" testo in catalogo di Domitilla Musella

Accumulo appartiene ad una serie di sculture composte da fasciami di giavellotti o lance realizzate in vetro molato che si sorreggono sulle estremità grazie ad un tubolare di gomma che le avvolge e le tiene insieme nella parte centrale. Gli elementi vengono inclinati e ruotati, sostenendosi l’uno all’altro fino al raggiungimento della posizione che permette la stabilità della struttura. 
Si tratta di uno straordinario gioco di elementi inclinati e ruotati in grado di dare stabilità alla materia plasmata. Una scultura perfettamente equilibrata, nata dalla tendenza delle forze fisiche ad assumere configurazioni più armoniose possibili finché ciascuna non blocchi il movimento dell’altra. Se fisicamente un perfetto equilibrio di lance compone la scultura, concettualmente il titolo indica come un’armoniosa tendenza all’ordine sia sempre contraddetta dall’impossibilità di un campo di forze a rimanere in un equilibrio perpetuo. Un qualsiasi uso di energia, infatti, provoca un’inevitabile perdita di capacità di produrre lavoro: l’energia si disperde nell’ambiente circostante e il disordine aumenta. Un disordine microscopico che ci pone di fronte a un’apparente contraddizione: da un lato la natura – organica e inorganica – tende ad uno stato di ordine; dall’altro le strutture fisiche tendono ad uno stato di disordine a cui un sistema è gradualmente destinato. Man mano che avviene il passaggio da uno stato ordinato a uno disordinato l’entropia aumenta ed, inevitabilmente, nel sistema vengono a crearsi nuovi equilibri. 
Accumulo è il frutto di questa misura di casualità. Ci ricorda di come anche la nostra vita sia soggetta al “principio di entropia” che tende a distribuire sia l’energia necessaria al soddisfacimento delle nostre funzioni primarie e istintive, sia quella destinata ad attività culturali e spirituali. 
Ci invita ad utilizzarle entrambe per addentrarci nella confusione del decadimento del sistema al fine di prendere coscienza contro il disordine ideologico che lo sovrasta. Accumulo, con la sua estrema semplicità estetica evidenzia un presente dominato da uno sviluppo abnorme di messaggi. Indica la direzione per governare una realtà dominata da un caos che coinvolge anche i segni convenzionali del linguaggio verbale e numerico, ormai privi di senso a causa del prevalere di una molteplicità che riduce la comunicazione a un mero brusio. Si potrebbe, arditamente, suggerire che agisca in modo uguale e contrario all’ormai antico motto sessantottino che recitava: “Occorre rovesciare ciò che è per stabilire ciò che deve essere”.  

Accumulo, 2009, vetro molato, gomma, 105x40x35 cm
"Enlightenments - Illuminazioni - dal nulla il prendere forma di un’intuizione"  testo in catalogo di Gaia Conti

Coscienza. Distinguere le sagome, le profondità, perché è solo grazie ad un’illuminazione che l’opera si svela e si rivela. 
Total black. La luce si spegne. Subitaneamente. 
L’opera di Morucchio pone subito di fronte ad una prima contraddizione, un paradosso. 
Il titolo svia, conduce per strade che probabilmente nemmeno percorreremo. 
Buio. 
L’azzeramento delle sensazioni. Trascina nell’oscurità. Quasi ad annullare le percezioni. Niente sovrastrutture, un impianto uniforme costringe entro canoni di razionalità. Quasi a voler cancellare le analisi che ne scaturirebbero, i materiali sono puro contorno, si confonde il confine tra le due anime, un unicum, a negare il formale dualismo della scultura. Il vetro della cuspide è scuro e opaco fino a diventare altro, uno smistamento di significato. Un percorso estetico verso l’azzeramento dell’ossimoro, verso l’azzeramento dell’antitesi.
Buio. Nero. 
Immagini mentali che diventano nitidamente fosche. Atmosfere cupe, sensazioni. Indietro nel tempo a qualcosa di primitivo che subito balza alla mente. Una cuspide, una freccia, che penetra con forza il suo bersaglio con un movimento imperituro. Vigoroso e leggiadro al contempo. L’ordine è infranto: i colori si fanno cupi e le forme più spigolose. 
Nero. Tenebra. Oltre. 
Fino al nero del vuoto primordiale. L’assenza, il caos, il nulla. L’archetipo del Principio, della fase che precede la creazione.  
Inconscio. Buio. Conscio.
E poi di nuovo prepotentemente al presente. La minaccia delle forze che possono sommergere il conscio.  I conflitti. La guerra è lugubre, nera come la notte. Un’aguzza cuspide vetrosa. Un’incredibile capacità penetrante e di sfondamento. Una freccia nel tessuto sociale. Non trova ostacoli e può tutto.
Paradosso. Buio. Luce.
Inconscio primordiale. Istinti presenti, istinti primitivi. Nuova carica vitale, una nuova luce. Uno spiraglio. O un cerchio che si chiude su un processo di elaborazione che dal nero primordiale ed inconscio sprigiona la luce della coscienza. 
Enlightenments, dunque, illuminazioni - dal nulla il prendere forma di un’intuizione.


Enlightenment, 2009, ferro forgiato, vetro soffiato e molato, 65x40x13 cm  
"B[æ]d Time" testo in catalogo di Daniele Capra


Il sonno è un piacere indescrivibile per chiunque abbia una vita normale non devastata dall’insonnia. Andare a letto – felici, eccitati, stanchi o depressi – è il coronamento del lavoro e dei piaceri di una giornata o un modo per riprendersi dai colpi subiti. Sognare, azione che del sonno è fraterna amica (le parole sonno e sogno hanno la stessa radice nella nostra lingua), è poi un’attività celebrale necessaria, una forma particolare di riequilibrio psichico comune a tutti gli animali evoluti. Questi motivi ci inducono a considerare il tempo ed il luogo del sonno come spazi intimi di protezione, in cui sentirsi al sicuro, lontani dalle insidie, anche psicologiche, della nostra vita. 
Nell’opera B[æ]d Time Andrea Morucchio ribalta tale concetto e trasforma il giaciglio in un luogo di passione, di cruccio, e di tortura fisica. Il nome dell’opera, che gioca con le parole inglesi «bad» e «bed» («cattivo» e «letto»), mette insieme due aggettivi distanti, in cui il primo nega la piacevolezza dell’altro. Nelle sue intenzioni il letto – oltre ad essere sede irrinunciabile di ristoro ed uno dei topoi più analizzati dalla psicanalisi – smette la propria funzione di locus amenus e si scurisce a simbolo di indistricabili grovigli emotivi. Chi si stende è cioè soggetto ad un trattamento non dissimile da quello cui si sottopongono i fachiri, ed evidentemente lo fa a proprio rischio e pericolo. Lo spettatore dell’opera in questo modo si trova attratto per la cura estetica del manufatto (che pare un raffinato oggetto di design), ma avverte un senso di repulsione, immedesimandosi nella (sfortunata) persona stesa su quell’alcova infernale.
B[æ]d Time prende ironicamente le distanze dalla tradizione scultorea occidentale che si è frequentemente preoccupata di rappresentare superfici e solidi morbidi ricorrendo ad un materiale duro e aspro come la pietra ricorrendo ad difficoltosi virtuosismi. L’artista infatti utilizza un materiale come il vetro, che è considerato per eccellenza traslucido, trasparente e cangiante. Il vetro non è in realtà un vero e proprio solido ma è «dal punto di vista chimico, […] un materiale ottenuto tramite la solidificazione di un liquido non accompagnata da cristallizzazione» (Wikipedia, sez. it., aggiornamento 07.2011), come testimoniano l’esperienza comune di guardare attraverso finestre antiche, da cui escono l’immagini deformate di ciò che ci sta davanti. Morucchio sceglie cosi di realizzare con uno dei materiali più tipici di Venezia qualcosa che è il più distante possibile dalla tradizione. Il vetro del letto è infatti nero opaco, senza variazioni iridescenti o sgargianti riflessioni: è cioè l’esatto opposto di quello che di solito vogliono i turisti che affollano la città lagunare. Anche qui l’artista scegli la forma paradossale del sottosopra, cifra da bastian contrario che evidentemente sente propria. Nel contempo occorre sottolineare come il vetro sia così delicato da potersi rompere, da infrangersi incidentalmente in mille pezzi, per mancata cura, oppure per l’incapacità di reggere uno sforzo. Talvolta però, forse bastano gli incubi di qualche osservatore.


B[æ]d Time, 2009, vetro stampato, molato e satinato, velluto trattato, 122x44x5 cm
"Subito prima" testo in catalogo di Chiara Casarin

Attratta da una forza che è data per lo più dal mio peso, dalla mia mole, mi sento frenata, arrestata un attimo prima dell’impatto a terra. Sono fragile anche se non sembra. Nera, cupa, pesante. La mia superficie è chiusa, perfetta, tutta concentrata nel contenimento della mia forma, della mia imperturbabilità, del mio essere oggetto di una qualche forza e contundenza. Si, sono fragile perché la materia di cui è composto il mio corpo è per natura frangibile. La mia sagoma appuntita verso il basso non potrebbe che esaltare la catastrofica caduta con miriadi di microstelle nere sparate tutt’intorno. Lo vedo il fermo-immagine dell’agognato momento. Sospese a mezz’aria le briciole di me si compongono in una conturbante nuvola di piccole lame. Sono fatta di vetro e il vetro, freddo, tagliente e impenetrabile è, incredibilmente, anche sensibile, debole. Un anello mi avvinghia, un’elegante protesi mi cinge chiamata a evitare il mio disfacimento, preclude al dramma dell’impatto ogni possibilità di realizzazione. Mi trattiene e mi salva da un’elegante suicidio. Una salvezza solo momentanea dato che sarebbe mio scopo, mio intimo desiderio, verificare queste deflagranti potenzialità di schianto.
Se mi potessi anche solo per una volta lasciar cadere liberamente, io ‘Blade’, potrei finalmente assolvere al mio intrinseco compito, al mio ultimo, perché irrevocabile, scopo. Spezzata in scintille di luce, affilate e impietose potrei acquisire pienamente le mie potenzialità. Ma sarei perduta, sbriciolando in tal modo ogni mio, pur remoto, desiderio di immortalità. Il vetro non è solo ‘uno dei materiali’ a disposizione degli artisti che ci creano. Un materiale  plasmabile, duttile, dalle infinite possibilità cromatiche e plastiche. Il vetro ha una caratteristica in più che gli altri materiali non hanno. E’ per vocazione contenitore. 
Se non contiene materiali diversi da sé, contiene sé stesso mentre trattiene lo sguardo di chi lo osserva. È una tridimensionalità nera quella che mi identifica qui oggi. Non un nero dispotico, ostinato ma un nero che è scrittura, forma, totalità del mio essere, un azzeramento della “pancromia” che mi circonda, un nuovo ritorno in me mentre, ingorda, trattengo lo sguardo di chi mi si pone davanti e non gli consento di trapassarmi.








Blade, 2011, vetro molato, ferro forgiato, 100x42x42 cm